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Economisti a confronto sulla crisi
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Attualità Finanziaria
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di Claudio Romano

Economisti a confronto sulla crisi

In uno scenario di fantasia, abbiamo la possibilità di ascoltare una discussione tra alcuni grandi economisti del passato. Che cosa pensano i grandi pensatori economici della crisi che stiamo vivendo? E cosa commenterebbero a proposito del ruolo e dell’impatto della spesa pubblica come fattore di risoluzione delle crisi?. E’ ora di sedersi in silenzio ed ascoltare.

In questo periodo, così difficile, possiamo ancora permetterci il lusso di sognare? E se possiamo, allora perché non farlo in grande? In questi ultimi mesi, tanti hanno parlato delle prospettive economiche mondiali, della crisi e di come risolverla. Ma cosa direbbero i grandi economisti del passato? In uno scenario di fantasia, ecco a voi i “grandi economisti”.

La porta era chiusa

La porta era chiusa, ma Joseph Schumpeter non poteva credere alle sue orecchie. Nella stanza si udivano quelle che senza dubbio erano voci di persone con un tono alterato: qualcuno stava litigando nella camera degli economisti.
Joseph entrò piano e vide una scena di tensione: al centro della stanza William Petty, detto “il fondatore”, perché considerato colui che aveva creato l’economia politica, teneva, con una posa vagamente minacciosa, il dito puntato verso una persona: «Mio caro, ti sbagli di grosso, te lo dico io che per primo ho deciso di esprimere tutto in termini di numero. Questa crisi necessita di un approccio puramente matematico».

porta

Di fronte a lui, David Ricardo detto il “sovrappiù” perché aveva, per primo, teorizzato che partendo dai mezzi di produzione e tolto lo stipendio ai lavoratori, rimaneva appunto la parte di prodotto che poteva essere venduta. «Mio caro Will, devi tenere presente che la popolazione mondiale tende a crescere con un’elevata progressione e questo virus si insidia nelle aree più densamente popolate. Io l’ho detto almeno due secoli fa e tu sembri dimenticartene. Io dico che per far ripartire l’economia è necessario che lo stato intervenga...». 
«Laissez faire» (letteralmente “lasciate fare” in francese) li interruppe un distinto signore seduto in disparte, «laissez passer» (“lasciate passare”). Vincent de Gournay era in piedi. In vita aveva per primo affermato che lo stato non doveva intervenire nel sistema economico, in quanto bastava l’egoismo del singolo a garantire la prosperità economica dell’intera società. «Ma di cosa blaterate cari colleghi? Per migliorare la prosperità dell’umanità bisogna fare in modo che lo stato non intervenga, mai».

organizzazione

 

Parla il fondatore

Dal fondo della sala si levò una voce sommessa ma risoluta, una voce che sa di non poter essere ignorata, che immediatamente zittì tutti. «Signori, voi non considerate i modelli tecnologici di quest’epoca». Era Adam Smith il “fondatore”, il più rispettato, il più austero tra i grandi economisti. 
«Ve lo ricordate che cosa ho scritto nel 1776?. I mercati si equilibrano da soli, con la “mano invisibile”. Questo concetto è stato il più utilizzato da quelli che sono venuti dopo di me ed è il più copiato da quelli che hanno vissuto con me» fece un cenno verso il precedente oratore, che si alzò in piedi di scatto, come se fosse stato chiamato in causa, ma non ebbe il coraggio di replicare.
«Ora la crisi è appena cominciata, ma è una crisi economica, non più finanziaria. I mercati finanziari hanno già recuperato, avete visto? Oggi le contrattazioni avvengono con quelle macchine infernali, quei computer, che noi non avevamo. Mi ricordo che ai nostri tempi le bolle speculative erano per i bulbi dei tulipani, non per le macchine elettriche Tesla. Vi ricordate il semper augustus? Il bulbo di tulipano così bello che “faceva impazzire gli uomini”?. Ora, il mio pensiero è molto semplice, con gli strumenti che hanno gli uomini moderni, queste situazioni sono molto più controllabili. Ai nostri tempi le epidemie erano all’ordine del giorno, ma non per questo ci siamo mai fermati. Il punto vero è che oggi la crescita imposta alle economie è troppo elevata e non è più sostenibile. Oggi l’imperativo è “non fermarsi mai” e ogni minuto che non cresci ad una velocità maggiore del precedente diventa un problema enorme. Forse è troppo». Si guardò attorno, come per cercare consenso ma non ne trovò. «John, tu non hai ancora aperto bocca. Cosa ne pensi?»

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Parla Keynes

John Mayard Keynes era seduto alla scrivania, come sempre, con un libro aperto tra le mani. Accanito bibliofilo, nessuno lo aveva mai visto senza una compagnia cartacea. Con voce bassa e senza alzare lo sguardo dal libro, disse: «Adam, lo sai. Ad ogni crisi economica, mi tirano in ballo, come se dovessero riscoprire ogni volta il mio pensiero. Eppure, sono stato abbastanza chiaro nei miei libri. Lo sapete che consideravo i mercati finanziari una sorta di casinò ai quali non avrei dato il compito di gestire l’economia». Poi alzò gli occhi e si alzò in piedi. La sua imponente altezza aumentava di sicuro la sua autorevolezza e per questo non pochi tra i presenti temevano di confrontarsi con lui.
«Si, ok» si fermò e si stirò le rughe sulla fronte con un gesto della mano che terminò tenendosi i baffi bianchi. «Adam, hai detto giustamente che è una crisi economica, partita da una crisi sanitaria, ma ora si ritrovano con i soliti problemi: disoccupazione, recessioni e depressione diffusa. Tutta roba che abbiamo già visto ai miei tempi (nella lunga depressione seguita alla crisi del 1929 n.d.r.). Eppure ogni volta tiriamo fuori l’austerità. La mia risposta adesso come allora è: bisogna tornare a spendere. Quando terminò la crisi del 1929 in America? Quando ripartirono le spese, nel 1941. E non interessa se erano spese militari. Altro che austerità». Scrollò la testa. «Eppure ai miei tempi preferirono concentrarsi su chi frequentavo, come se fossero cose di loro interesse».

 

«L’austerità» la sua voce era diventata un’ottava più alta per non parlare della sua statura. «Come se fosse servita mai a qualcosa. Serve che ci sia solo un prestatore di ultima istanza. Qualcuno che offra la garanzia ai prestiti. A tutti i prestiti. Nel 1907 questo lavoro lo fece la J.P Morgan e fu allora che capirono che era il caso di creare una Banca Centrale e nacque la Federal Reserve».
Schumpeter lo dovette interrompere, per dire quello che tutti pensavano. «John, lo abbiamo già sentito. In realtà lo fanno ogni volta. Inondano di liquidità i mercati, ma non sempre il problema si risolve. Lo sappiamo che hai per primo parlato della trappola…»
«…della liquidità. La trappola della liquidità, certo» riprese Keynes con maggiore foga. «e quelli che cosa hanno fatto? Mi hanno accomunato a Karl (Marx n.d.r) dicendo che io sono un socialista?».
«Dai John, adesso non è il caso di tirare ancora una volta fuori questa storia» tentò di rabbonirlo Karl Marx. «Erano degli ultraconservatori americani che nel 2005 hanno definito i nostri libri come i più nefasti del XX secolo, che ci vuoi fare?». 
«Questa crisi non ha nulla di diverso dalle altre e almeno stavolta non potranno dire che è colpa degli economisti, ma l’economia deve ripartire e può farlo solo con un aumento della spesa pubblica». Keynes aveva finito. Si sedette, abbassò lo sguardo verso il libro e ricominciò a leggere. 
«Ce la faranno anche stavolta, il mondo ha la possibilità di far ripartire l’economia e anche stavolta ripartirà un mondo migliore» concluse Schumpeter. Con la coda dell’occhio vide un sorriso sul volto di Keynes. Cosa assai rara, in effetti. Uscì richiudendo la porta.
 

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Per approfondimenti: 
Roncaglia, Sylos Labini. Il pensiero economico. Temi e protagonisti. Laterza



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